Il concetto di eden..tutto mio bizzarro e personale.
O la conca. Come scrissi a C. viviamo in un’epoca che e’ una conca temporale…calma piatta, alle spalle la seconda guerra mondiale, davanti, apparentemente, la Noia. Un destino da ricchi bianchi caucasici, occidentali.
Chiaro ora so che era tutto falso, ma allora avevo questa impressione, dettata, credo in maggior parte dalla mancanza di anni, la mancanza di esperienza, ed una visione storica sbagliata. Cioe’ allora non mi ero accorto che il liberalismo occidentale stava entrando nella fase di tramonto.
Pero’ rimane il fatto che vedo quei giorni lontani come un vero Eden personale.
Un eden quindi, che e’ effimero, e che puo’ solo esistere per un periodo ristretto…ma che nella memoria e’ per sempre.
Comunque.
Estate
Ho dei marker precisi che in quegli anni mi davano l’impressione di vivere nell’eden. L’estate. Le estati della mia infanzia a P.L. sembravano non terminare mai.
Ho questo ricordo sfolgorante e affilato come un bisturi, chiaro e scintillante come una scheggia di quarzo. Sono io che corro a manetta giu’ per la stradina che amo di piu’ al mondo. La stradina che porta a quei quattro scogli scomodi che solo dei poveri sciammannati che sono nati li’ possono amare cosi’ tanto. La stradina, mezza a scalini, mezza solo in discesa piana, che porta alla c*****a passando sotto ad un ponticello infossato della ferrovia fra P.L. e B.
Il ricordo consiste di una manciata di fotogrammi nell’archivio storico della mia mente.
Il sole splende alto, un accecante gioiello egizio in mezzo ad un cielo blu come cherosene. Sento le cicale intonare il loro canto mentre mimo uno slalom in ciabatte da mare, e corro verso il basso, verso il mare, come un forsennato. Con il canto delle cicale intorno il mondo diventa un posto magico, un immenso ventre materno, caldo e pieno di esotiche meraviglie. Le cicale mi fanno accettare tutto. I blues dell’inverno spariscono come neve al sole, tutto il grigiore, i problemi, la fatica, le urla e le lacrime…svaniti in un attimo folgorante di epifania e riconciliazione con il Creato.
Le cicale sono tornate ancora una volta, e rendono la liguria e l’Italia intera un posto sublime. L’Italia, nostra madre calda, e’ sopravvissuta ad un altro inverno nel clima storico piu’ incerto dalla data di arrivo dell’Homo doppio Sapiens, con armi nucleari che proliferano in paesi stabili come qualche ettogrammo di nitroglicerina lasciata a cuocere al sole. E chi se ne fotte? Ci sono le cicale!
Le cicale mi fanno sentire tranquillo. Il giorno che spariranno anche loro assieme a tonni, panda e balene, saro’ terrorizzato. Magari un giorno riusciremo a fare cantare gli scarafaggi al loro posto con qualche trucco genetico. Quelli non molano neppure durante il fallout.
E’ allora che per la prima volta mi venne in mente l’idea del Rubinetto del Tempo.
Lo sapevo, di colpo, come mio figlio che mi ha detto l’altro giorno che a sei anni aveva capito senza nessun dubbio, come funzionava il futuro..be’ fu allora, quando mi lanciavo a rotta di collo verso il mare, che mi venne in mente di colpo in testa questa immagine: dal Rubinetto schizza fuori la quarta dimensione, un getto in forma liquida che rappresenta il tempo. Il mio personale rubinetto del tempo. Il lavandino e’ semplicemente il bacino della nostra esistenza. A quel tempo, avro’ avuto forse dieci anni, ma ebbi di colpo questa imagine in testa. Una specie di folgorazione. Dal rubinetto usciva un getto cosi’ forte, che ogni volta che ci pensavo mi sembrava che il cuore mi sarebbe saltato fuori dalla cassa toracica dalla gioia unica e sublime che mi donava la certezza assoluta di avere ancora il serbatoio pieno.
Pensarci adesso e’ un tutta un’altra cosa.
Ma allora era come vedere ad occhio nudo una strana rappresentazione del paradosso di Zenone. Non importava quanto mi sembrava di avere consumato. Sapevo con certezza assoluta che il mio bacino d’acqua era ancora ben lungi dall’essere consumato. Dimezzavo la quantita di acqua o l’intensita’ del getto ogni volta che mi sembrava troppo forte. Come Zenone continuava a dimezzare la distanza della freccia. Commettevo il suo stesso errore. Come un greco antico non avevo ancora tutti i parametri di quest strana equazione.
Comunque allora per quanto aprissi il rubinetto il getto era potente come un piccolo niagara.
Ora…ora il getto e’ a meta’. Anzi l’ha sorpassata da un po’. Lo so. E’ matematico. E fra una decina d’anni saro’ fortunato se raggiungera’ abbastanza forza per innaffiare qualche povera pianta a meno di un metro di distanza. Poi piano piano il getto diventera’ un rivolino storpio che scende alla belin di cane da un lato solo del rubinetto. E poi ancora piu’ tardi diventera’ un rapido sgocciolio, e poi lentamente anche lo sgocciolio rallentera’. Sempre di piu’ fino a che il getto della mia scorta personale del fluido della qurta dimensione scomparira’ del tutto.
And plic.
Goodbye.
Addio A. hai vissuto, hai amato, hai fatto, fatto, fatto, hai corso, corso, corso, forse perche’ fin dall’inizio avei capito che…be’ sta pacchia non durava..ed allora sempre di corsa, sempre avanti, sempre su su su…e ora.
Ciao.
Rubinetto del Tempo.
Pensarci adesso mi fa di nuovo scoppiare il cuore nel petto, ma per il motivo opposto.
Frammenti televisivi (estivi)
Poi gli episodi.
Altra cosa che mi da marker di una infanzia a volte crudele, ma piu’ spesso bella, sono ricordi spezzettati di episodi televisivi, di solito beccati al ritorno dal mare o di sera, quando non si andava a B. a comprare il gelato, ma si stava a casa, ad assaporarsi le notti calde, mentre l’odore dolciastro e un po’ acre degli zampironi che diffondevano attraverso le stanze, mettevano radici per sempre nei centri nervosi che registrano ricordi basati sulla percezione. Come le camille di Proust.
E cosi’…
Ryu
Mi ricordo un giorno di essere tornato a casa dal mare verso pranzo presto, di solito stavo tutto il giorno, e alla tele c’era Ryu, il ragazzo che viveva avventure preistoiche con l’amichetta fica (da piccolo mi innamoravo di cartoni animati come un deficiente almeno dieci volte piu’ di frequente che di ragazze vere – colpa dei giapponesi!), e con un terribile tirannosauro con un occhio solo che lo inseguiva un po’ dappertutto (chiaramente non aveva veramente nient’altro da fare sta cazzo di peste giurassica). Guardai la tele per una manciata di secondi, poi il sole che penetrava obliquo solo da alcune fenditure fra le persiane ed ebbi la sensazione fortissima di una felicita’ impagabile. E seppi al’instante che non avrei mai scordato questo istante per il resto della mia vita, per quanto insignificante sarebbe apparso ad altri.
Era un altro marker temporale.
Spesso provai una sensazione simile in altri momenti della mia esistenza. Era il vero assaporare l’esistenza. Sono grato ora ai miei genitori in maniera infinita, malgrado i difetti che potessero avere avuto, o gli errori che indubbiamente hanno fatto, come tutti noi, nell’allevare la prole, per avermi permesso se non altro quei brevi momenti di felicita’ assoluta. Grato da qui ad alfa centauri. Non ci sono parole…
Greggio e pericoloso
Un’altra serie che mi rimase in testa per qualche arcano motivo, fu “Greggio e pericoloso.” Se do un’occhiata su internet vari siti mi dicono che uscí nell’ottobre dell’81. Io pero’ in una chiara dimostrazione di distorsione mnemonica, mi ricordo di averlo guardato sera dopo sera durante serate calde con la finestra aperta prima di andare a B. a fare le vasche. Non quelle di pallanuoto, ma le vasche che fai a passeggio per guardare le ragazze e prendere il gelato da P******i. O piu’ raramente, per fare finta di arrivare quasi a fare cazzotti con qualche nemico.
Da piccolo ero noioso. Timido e disperato come un giovane Werther o un Leopardi (senza talento pero’). No, aspetta…ero Herman Hesse da giovane. Mi piacevano anche a me strade notturne gelide e lucide di pioggia in cattive notti invernali. Mi ispiravano cose sublimi e incredibili.
Come il nostro capoluogo di provincia, G*****, notte buie, i ciottolati intorno a Piazza ** ******, neppure un carabiniere o una puttana in vista, io che continuo a fare semi-sgommate con la Uno, guardando le luci, chiedendomi a che punto sia del mio percorso della vita…poi via, altri posti freddi ed invernali, sempre la pioggia.
Magari giu’ per i vicoli…dove ci sono magie di altra matrice, tessuto e dimensione…
Che bello…
Quindi ero Hesse.
Cmq, greggio e pericoloso. Non mi ricordo neppure la trama. Ma ricordo la sensazione.
Complotti internazionali attorno al beneamato petrolio.
L’abbronzatura che cominciava a tenere, il ricordo fresco di una battuta di Pesca a P***a C******. Di una gitarella in barca, zampironi e zanzare e il rumore dei motorini dalla finestra aperta, con mia madre ci cristava dietro, ma che a me facevano sognare di scappatelle nascoste, di uscite proibite, di caldo, mare, le prime birre e soprattutto…ragazze. Cioe’ semplicamente sentire una moto, un Ciao, o il motore truccato dei soliti paesanotti che conoscevo bene, per me cominciavano a significare che c’era Tizio e Caio, ma soprattuto Sempronia che forse stavano forse andando verso la passeggiata a B.
Ma se c’era Greggio e pericoloso, allora magari ci andavo la notte dopo.
‘Stasera si sta a casa a sognare.
A casa a fare andare con la mente in posti pericolosi, ma dalla nostra tana piccola , asserragliata sulle alture liguri.
Al sicuro.
Dove neppure pirati Maltesi, gli imbattibili Saraceni, indomabili Fenici, o triremi da Argo, Tebe, Siracusa o Atene ci potranno raggiungere…
P***o
Ecco, questo e’ il ricordo piu’ faticoso, il piu’ nascosto, il piu’ doloroso…quando mio padre tornava dai suoi ******* all’estero, dove lo mandavano, dopo circa 12 mesi a volte di piu’ di assenza e ci portava a magaire al ristorante sulle alture, da P***0
Lerici
Poi..
Terrore a P.
L’etrusco
Poi..
B******a