Ottobre
La Canadian di alluminio, una quattro e venti, motore Evinrude 25 cavalli e volavamo sull’aqua come folaghe supersoniche. Lanciati come truppe d’assalto, protesi come lupi affamati. Belli e giovani e liberi come guerrieri fenici a godersi il vento in volto dalla prua di una quadriremi d’assalto al largo di Marsala. E’ cosí che mi piace pensare alle pescate di quegli anni. Gli ultimi veri anni grassi.
Gli “anni della conca”, come dissi anni dopo alla Ce.
Ma allora…
‘O guarda che c’e’ un bullo della Madonna verso Punta Chiappa.’ Ci butta li’ il tipo del gozzo. ‘Io son qui perché sto tornando verso casa e tengo la barca alla foce, ma voi potreste farci un passo.’
‘A che ora era?’
‘Stamattina.’
‘Belin, ‘stamattina..’ Gio’ ha le mani con le dita giunte, con le dita che formano una cuspide, che vanno avanti e indetro davanti al petto. Dice a voce alta quello che stiamo pensando tutti ’A quest’ora non c’e’ rimasta neppure un’acciuga.’ Accento Genovese bello marcato, di quello che ti sembra di sentire un brasiliano. Che ti viene voglia di andare a ordinare altra focaccia.
‘Ma non é detto, sai, si riformano oggi. Sono grossi.’
Gio’ si girava verso di noi, e si toccava lo zigomo con la punta dell’indice, dicendo ‘Famosa.’ E sapevamo che il tipo del gozzo cercava di mandarci via. Faceva il furbo. Gli Italiani sonon un popolo di furbi, ma i Liguri, sono secondi solo ai Napoletani in fatto di capire le furberie. E forse a volte anche i primi. Cioé, non é che siano esperti in commettere la furberia, arte in cui solo i napoletani sono principi assoluti. E’ che sono difficili da fottere. Dopo secoli di attachi pirati e ondate di invasioni, e dopo secoli di guerre marittime con Amalfi e Venezia, sono esperti in quelle che sono le furberie del mondo e dell’animo umano. Un milanese, o uno piú a nord lo fotti piú facilmente. Perche’ sono piu’ bravi. Si fidano troppo. Il Genovese lo fotti pure, ma ci metti cosí tanto, la corte é cosí lunga che alla fine quello davvero fottuto in realtá é il fottente. Perche’ quello che al principio era il fottente ci ha speso quindici anni mentre ci dovevano volere solo quindici minuti. Pirro al cubo.
Quindi rimanevamo automaticamente a pescare nei paraggi.
Ci davamo appuntamento nel bel mezzo del golfo del Tigullio, nella parte superior del mar tirreno. A volte, sulla nostra Canadian, come pure piú tardi sulla barca a vela di Ricky, pensavo, mi chiedevo come si sarebbero sentiti i pirati di Tortuga, quando si davano randez-vouz in mezzo al mare dei Caraibi. A parte la cancrena, le infezioni feroci che infiammavano dopo uno scontro specie al caldo dei tropici, a parte il mal di denti curato a Rum e coltelli roventi calati nelle gengive…come si sentivano questi uomini a darsi appuntamento fra i porti delle Antille ed i rifugi segreti sull ecolline della Giamaica? Uomini che prendevano la vita come gioco d’azzardo, con ragazze dai cappelli ricci e scuri ed il ventre caldo come un sorso di rum che li aspettavano nelle loro occulte capitanerie. La dolcezza di un tramonto su Strawberry Hill. Si devono essere sentiti come degli dei del mare. Inarrestabili, liberi come gli alisei, o come una tempesta tropicale. Ne’ la flotta Spagnola o il rampante impero britannico riusciva a fermarli, non tutti almeno. Figli bastardi di Nettuno, spazzavano i mari come bufere calate da capo Cod e coglievano bellezze, ori e tesori. Che tempi! Erano loro i veri viaggiatori interstellari, lontani anni luce da casa, finiti a morire alla luce di un sole alieno e tropicale. Altro che Star Trek! Altro che vacanze, ristoranti, sciate sul monviso, troie, coca, pub e idromassaggi. Come si devono essere sentiti a governare davvero il proprio destino, completamente liberi, anche se per solo pochi anni. quelli si’ che erano uomini, peccatori si’, ma uomini veri. come direbbe la pubblicita’ di mastercard? Priceless.
Mi ricordo un giorno in particolare. Partiti un po’ tardi, cielo già scuro, primi di novembre, il vento rinforzava già dopo la prima mezz’ora, maestrale all’inizio e poi di colpo il vento gira a tramontana. Gelido.
Giovanni sta a prua, la cima nella mano destra per non perdere l’equilibrio mentre la barca beccheggia selvaggiamente, lo sguardo apparentemente perso nell’infinito. Giovanni é lo spotter migliore del gruppo. C’é una tecnica per prendere le onde e al contempo continuare a gudagnare terreno sugli avversari che si precipitano sul bullo. Chi ha in mano il motore deve essere nato e cresciuto in un posto di mare. Altrimenti non ce n’é. Il nostro macchinista é Riccardo B.
Giovanni ha sedici anni. Io ne ho tredici, Anto mio fratello, destinato a diventare il pescatore migliore del gruppo, ne ha appena dieci. Riccardo B. e’ il capo muta. Ha diciassette anni. Siamo come un gruppo di pirati minorenni, come una muta di giovani lupi. Sappiamo bene che oggi non ci si ferma finche’ la barca non sara’ rossa di sangue. E siamo armati fino ai denti: salai, lenze dallo zero otto fino a uno punto otto, ami ricurvi, ami e lenze da traina, lenze di scorta, rocchetti, giubbotti di salvatiaggio, razzi, due taniche di miscela al 2%. Ci avviamo verso la mattanza con la determinazione di un gruppo di ufficiali della Schutzen Schaften. Come piccoli samurai del mar tirreno.
A metá mattina, sempre con un freddo becco, arriva il segnale che aspettavamo. Mi sto osservando le mani semi congelate dal freddo e di colpo, percepisco il movimemento. Tiro su gli occhi dalle nocche bianche come porcellana e vedo Gio’, la cerata gialla come fosforo che si staglia contro il cielo color piombo carico di nembocumuli, che tende in avanti il braccio con uno scatto fulmineo e, nello istante preciso in cui lo vede e urla a squarcia gola ‘Bullo!’
L’avambraccio che ora punta dritto ad una quasi invisibile colonnina che si libra come per magia appena sopra all’orizzonte, forse ad un mezzo miglio nautico, l’indice teso ed allineato all’altezza del viso.
Riccardo B. non se lo fa ripetere e e punta in fuori verso l’orizzonte, gli occhi che gli brillano, ed i riccioli che gli ballano al vento.
Gio’ si rigira subito verso il mare aperto, il profilo da falco teso verso l’orizzonte, continuando ad indicare al resto del gruppo.
Guardiamo tutti nella sua direzione, schermando la luce diffusa del cielo coperto con le dita curve sugli occhi e le dita arricciate a mo’ di binocoli, tenute ferme fra l’arcata sopraccigliare e gli zigomi.
Non vedo niente.
Ma poi, piano piano, mentre Riccardo ci apre a manetta e fa schizzare la lancia in avanti come un siluro, appena sopra alla linea dell’orizzonte, fioca e diafana all’inizio, poi piú marcata, scorgo la piramide rovesciata, la colonna di segnalazione, il faro che segnala la presenza del banco di pesci: e’ una colonna di gabbiani che si leva dalla superficie dell’acqua proprio al di sopra del bullo vero e proprio. I gabbiani sono li’ perche’ fanno incetta di acciughe. Le acciughe fanno la palla, una formazione piu’ o meno circolare che ha, avrebbe la funzione di repellere predatori per le sue dimensioni. Sfortunatamente per le acciughe, sono ormai qualche migliaia, se non miglionata, di anni che questa strategia di difesa non funziona piu’ cosi bene. Le povere acciughe vengono letteralmente massacrate. Sopra hanno i gabbiani che attacano in picchiata come frotte di Messerschmidt in miniatura, sotto hanno i tonni che ad ogni passaggio fanno un buco sempre piu grande nella palla. E a meta’, il vero colpo mortale per le acciughe, ci siamo noi: Homo Sapiens Sapiens. Chiaramente il vero flagello dei mari. Ma per ora a fanculo all’ecologia, perché allora eravamo dei bambini e perche’ il danno ai mari non l’abbiamo certo fatto noi…poi sull’ecologia, ci ritorneremo da grandi, come é giusto che sia.
Per ora i tonni. Come i tonni per me non ce n’é…
Li avete mai visti nuotare sott’acqua? Il tonno non nuota. Il tonno e’ un siluro. Muove la coda come un martello pneumatico, come una contrazione tetanica continua dei muscoli caudali, come se fosse attraversato da una scarica elettrica continua di 800 volt. Anche dopo che lo hai pescato ed issato a bordo, e liberato a caso sulla chiglia della barca, un tonno continua a sbattere per ore, come un percussionista impazzito. Sta a te se finirlo per pietá, come facevamo noi. Passare da un pesce normale ad un tonno e’ come passare da un bradipo ad un levriero. Li vedi sfrecciare come siluri in miniatura appena sotto al pelo dell’acqua, picchiare di colpo verso il basso, riapparire dopo pochi secondi ad acciuffare la tua esca come diabolici ordigni sottomarini. Se non stavi attento, con un pesce abbastanza grosso, lo strattone a tredici anni rischiava di farti sanguinare per bene. Anzi, alla fine di una buona giornata non era per niente raro tornare a casa con almeno due dita o piú dita sanguinanti e segate ben bene alla base dalla lenza. Sangue, vento gelido, acqua salata e pesci da pesca d’altura pescati con lenze a mani nude. Roba da uomini. Come genovesi di una volta. Come in capitani coraggiosi. Un male porco. Uno dei ricordi piu’ belli della mia vita.
Per le acciughe e’ uno scempio di proporzioni colossali. Per noi era il paradiso in terra.